venerdì 20 giugno 2008

giannino lo sardo

giannino losardo...

l'ennesimo nome di una lunga lista ,
un'altra vittima di mafia,
un eroe per alcuni....
nient'altro che un altro uomo coraggioso
che ha deciso di sacrficare la propria vita
impegnandosi nella quotidiana
lotta alla criminalità ...
ed è per questo che ha pagato
con la sua stessa vita....


DON GIANNINO quella sera aveva partecipato al consiglio comunale e poi, prima di tornare a casa, era passato a salutare sua madre.Con lei aveva assistito ai calci di rigore della partita Italia-Cecoslovacchia.Poi, percorrendo a piedi le strade di una Cetraro deserta, rintanata in casa per seguire la partita, raggiunse la sua auto, una “Fiat 126” azzurrina, per fare ritorno a casa e ritrovare sua moglie, i figli.Don Giannino non immaginava neanche lontanamente che da lì a poco la sua vita sarebbe stata spazzata via. Per sempre.Era il 21 giugno del 1980, e quella sera la criminalità organizzata cetrarese aveva deciso di alzare il tiro e colpire il suo peggior nemico: Giannino Losardo, segretario capo della Procura di Paola e assessore comunista del Comune della cittadina tirrenica.A bordo di una moto, che un carabiniere aveva visto passare dalla piazza principale del paese subito dopo l’auto di Losardo, i killer avevano seguito don Giannino e una volta fuori dal centro abitato, erano entrati in azione colpendolo più volte.Ma Losardo non morì subito. Fu trasportato in ospedale e a un amico fidato disse qualcosa, pregandolo di riferirlo ai giudici onesti. Probabilmente però, la volontà espressa da un uomo in punta di morte, non è mai stata rispettata. La paura di fare la stessa fine ha cucito la bocca a chi, per ruolo e per responsabilità morale, avrebbe dovuto denunciare fatti precisi di cui era venuto a conoscenza e che avevano portato alla morte di Losardo.Alla moglie dell’assessore comunista, in quelle ore, fu impedito di vedere il marito in ospedale. «Se a me avesse detto qualcosa - affermò nel corso di un’intervista - io avrei parlato. Io, comemoglie, mi sarei assunta quella responsabilità».Tanti buchi neri.La morte di Giannino Losardo ancora oggi è circondata da un alone di mistero: troppe ambiguità e connivenze. E da uomo perbene non si era mai reso conto che ostacolando e denunciando ciò che vedeva in procura: i fascicoli nascosti, la richiesta continua di spiegazioni a chi non era in grado di darne senza denunciare la sua appartenenza al clan, stava scrivendo un romanzo tragico, dal finale scontato. Proprio la sua fermezza minacciava quel processo di sottomissione al quale si lavorava da tempo per ottenere, secondo un progetto ben definito, il controllo assoluto del territorio da parte di appartenenti al clan del “re del pesce”.Per l’omicidio Losardo vennero rinviati a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Bari, Francesco Muto, ritenuto il mandante, Francesco Roveto, Antonio Pignataro, Franco Ruggiero e Leopoldo Pagano, come esecutori materiali dell’assassinio.Losardo ferito e prossimo alla morte trova la forza di denunciare i suoi assassini.Dice a un maresciallo dei carabinieri: “Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato”. Ma la richiesta di parlare, di dire quello che sapeva, fatta da don Giannino, non viene accolta da chi ha condiviso con lui gli ultimi istanti della sua vita.Nel processo di Bari vengono coinvolti magistrati e noti politici cetraresi accusati di collusione con la mafia. L’esito del procedimento è noto a tutti: condanne in primo grado e poi assoluzioni negli altri due gradi di giudizio.Nonostante il clamore suscitato dall’omicidio Losardo che determinò all’epoca una mobilitazione politica generale - autentica da parte di alcuni, assolutamente strumentale da parte di altri - con la creazione di unacommissione antimafia nella quale spiccava anche il nome del comunista Francesco Martorelli, i malavitosi continuarono, tra un interrogatorio e l’altro, a fare i loro affari e a creare una rete di soggezione e terrore nella comunità.Anzi, “l’immunità giudiziaria” di cui sembravano godere, grazie a giudici collusi con la criminalità che avrebbero avuto un ruolo determinante anche nella decisione di eliminare Giannino Losardo, e le amicizie con i potenti, li rendeva ancora più temibili e consapevoli delle loro potenza.Solo le donne, le vedove, a differenza di tanti altri “banditori’ si sono presentate davanti ai giudici di Bari, hanno raccontato e chiesto giustizia per i loro mariti ma anche per chi rimaneva, per i loro figli che probabilmente meritavano di vivere in un luogo migliore.Così non è stato.La storia di Cetraro si compone di tante parti: alcune sane, straordinarie, altre irrimediabilmente malate. Tra queste è doveroso ricordare il ruolo di una parte della magistratura dell’epoca, che ha avuto un ruolo attivonella morte violenta di uomini dello spessore morale di Losardo.La verità di questo delitto è contenuta nei cassetti della Procura e nella memoria di qualche toga nera che per avidità e codardia, ha consentito l’ascesa criminale di un gruppo di malavitosi che ha posto fine a esistenze nobili come quella di don Giannino, un eroe per caso: lui che odiava il clamore mai avrebbe potuto immaginare che la sua storia sarebbe stata indissolubilmente legata al nome di uomini violenti, portatori di morte e di oscurità.Raffaele Losardo, il figlio dell’assessore communista ucciso, solo da un po’ di tempo ha trovato la forza di raccontare quel padre che gli è stato strappato così bruscamente. «L’educazione all’ascolto della musicaclassica costituisce uno degli insegnamenti fondamentali che ho ricevuto da mio padre: fin da piccolissimi io e mia sorella venivamo messi a contatto con le opere dei gandi compositori classici e papà ci spiegava non soltanto i timbri dei diversi strumenti musicali, ma anche la struttura ed i temi fondamentali delle opere che ci faceva ascoltare. Tra queste vi erano certamente anche quelle di Beethoven, forse non tanto la settima sinfonia, ma sicuramente la terza e la quinta sinfonia e, soprattutto, l’ouverture dell’Egmont».Don Giannino era un uomo colto, sensibile, attento alle esigenze dei deboli, tenero e protettivo con la sua famiglia.Allegro, accoglieva le persone, le rassicurava con la sua autorevolezza, le avvolgeva d’affetto con ilsuo sorriso appena accennato ma aperto, sincero. Aveva un’idea alta delle istituzioni e della giustizia e per questo, aveva trovato molte difficoltà nell’accettare e condividere le storture di apparati malati dello Stato. Con semplicità e naturalezza si batteva per gli ideali in cui credeva, cercava di dare il suo contributo per la crescita civile della società, amava la sua terra e voleva difenderla da predatori senza scrupoli. Giannino Losardo sentiva la bellezza del mondo che lo circondava: i suoi pensieri e il suo lavoro trasudavano diimpegno.Non era un eroe don Giannino, era un uomo consapevole, testardo, con la passione per la vita.

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