domenica 26 ottobre 2008

Non stendiamo un grembiule pietoso

MANIFESTAZIONE IN DIFESA DEL DIRITTO ALLO STUDIO
GIOVEDI 30 OTTOBRE ORE 8:30

La Ministra Gelmini, su consiglio del duo Tremonti-Brunetta, vuole ridisegnare il mondo della scuola nascondendo sotto il grembiule i pesanti tagli alla spesa per la Pubblica Istruzione, che comporterà:

  • RIDUZIONE DEL PERSONALE DOCENTE, in 3 anni salteranno circa 12.000 posti di lavoro, con il conseguente aumento dello 0,4% di alunni per classe nel triennio 2009-2012;
  • RIDUZIONE DELLE ORE SETTIMANALI OBBLIGATORIE, per gli istituti classici, scientifici e linguistici passeranno da 36 a 30. Gli istituti tecnici, musicali e artistici ne avranno 32 (comprese quelle di laboratorio!);
  • TAGLIO DEL NUMERO DI INSEGNANTI DI SOSTEGNO nelle scuole elementari e medie.

Noi studenti degli Istituti Superiori contestiamo i provvedimenti del Governo in materia di scuola.
RIFIUTIAMO IL 5 IN CONDOTTA come strumento di prevenzione del bullismo, perché quest’ultimo è un fenomeno sociale che non si circoscrive all’interno delle aule.
RIFIUTIAMO L'IDEA DEL GREMBIULE come mezzo per abbattere le differenze sociali, perché è solo un comodo alibi per consentire a tutti di non guardare in faccia la realtà. Le differenze sociali esistono e non possono essere nascoste sotto un grembiule. Devono, invece, essere ben evidenti per poter essere sanate e combattute con metodi più appropriati! La nostra impressione è che il grembiule sia solo un pericoloso strumento di omologazione!
RIFIUTIAMO L'IDEA DELLE CLASSI DIFFERENZIATE, rivendicando il diritto di vivere in una società multiculturale, dove le diversità siano viste come motivo di crescita e confronto collettivo e non come motivo di ostacolo e pericolosità sociale!

CONTRO TUTTO QUESTO NOI MANIFESTIAMO IL NOSTRO DISSENSO!

Il corteo partirà dall’ingresso dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Giovanni Paolo II” di Diamante e proseguirà lungo la Strada Statale in direzione Scalea.

PER INFO: http://unasocietadimerda.blogspot.com

sabato 18 ottobre 2008

Scuola e democrazia (di Piero Calamandrei)

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950.

[...] Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi.

Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna di­scutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi:

  1. ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
  2. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
  3. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione [...].

Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...].

giovedì 9 ottobre 2008

L'Italia s'è desta???

Pongo all'attenzione di tutti questo comunicato, realizzato congiuntamente da studenti, ricercatori, docenti e personale tecnico-amministrativo.
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L'Italia s'è desta?


Svegliamoci! Lottiamo insieme contro il tentativo di distruggere la Scuola e l'Università pubblica


Attraverso il decreto 112 del 25 Giugno 2008, convertito in legge (n.133) il 6 agosto scorso, il governo Berlusconi attreaverso il suo esecutore Ministro Maria Stella Gelmini, ha operato pesanti tagli di bilancio per le Università e ha dato facoltà agli Atenei italiani di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. All’orizzonte si profila lo spettro concreto, inquietante, della privatizzazione e l’intero sistema scuola-università rischia di conoscere una trasformazione epocale a danno dei più deboli.
La legge 6/8/2008 prevede infatti una decurtazione, nel prossimo triennio, di circa un miliardo e 500 milioni di Euro dal fondo di finanziamento ordinario (già largamente insufficiente), che renderà impossibile il normale svolgimento della ricerca e della didattica.
Ciò che deve preoccupare ancor più fortemente noi studenti è la prospettiva di veder trasformate le università da pubbliche in private. Questa legge rappresenta un attacco violentissimo alla funzione della formazione statale con i seguenti rischi:
  1. privatizzazione delle università, che rispondendo a logiche di mercato rischierebbero di essere gestite direttamente dalle lobby di affari e di potere;
  2. innalzamento sproporzionato delle tasse universitarie, che provocherà una selezione preventiva e classista degli studenti, lontana da ogni criterio di merito;
  3. conseguente perdita, di fatto, del diritto allo studio, sancito dalla Costituzione Repubblicana e conquistato al costo di dure lotte;
  4. concreta e definitiva privazione, per i giovani appartenenti alle classi meno abbienti, di ogni possibilità e speranza di riscatto sociale.
La Legge prevede inoltre una limitazione del turnover al 20% delle unità di personale, che provocherà la scomparsa di molti saperi specialistici, la penalizzazione dei giovani ricercatori, enormi tagli di posti di lavoro con conseguenti disagi per gli studenti in termini di qualità della didattica e dei servizi.
Alla luce delle Assemblee del 24 Luglio e del 25 Settembre scorsi, gli Studenti, i Docenti, i Ricercatori, i Dottorandi ed il personale Tecnico-Amministrativo (precario e stabilizzato) del nostro Ateneo hanno deciso di mobilitarsi contro il progetto distruttivo del Ministro Gelmini per ostacolarne radicalmente l’attuazione. È un pesante attacco alla cultura e alla ricerca italiana, nei confronti del quale abbiamo il dovere di reagire con decisione e unitarietà, accantonando per un attimo le tradizionali divisioni ideologiche che ci allontanano.

Siete invitati/e a partecipare all'Assemblea generale, aperta a tutti, che si terrà Mercoledì 08 ottobre alle ore 10:00 in Aula Filol.8:
  • per la costituzione di un comitato di coordinamento dell’ateneo, che contribuisca alla formazione di una rete nazionale per unificare le diverse iniziative delle università italiane;
  • per un’informazione capillare degli studenti e delle loro famiglie sulle conseguenze del Decreto Gelmini, che comporterà un aggravio delle tasse universitarie;
  • per la richiesta di una convocazione straordinaria del senato accademico dell’Ateneo calabrese, affinché il medesimo si pronunci contro il Decreto, ed esorti i Senati delle altre università italiane ad assumere un’analoga posizione;
  • per la preparazione di ulteriori azioni di lotta, che potrebbero contemplare anche il blocco delle attività didattiche e degli esami di profitto, e forme di occupazione degli edifici dell’ ateneo.

venerdì 20 giugno 2008

VI RACCONTO IL SORRISO DI MIO PADRE

COME era giusto che fosse, ho cercato di essere partecipe, in questi anni, di tutte le iniziative assunte nellepiù diverse sedi istituzionali sulla vicenda di Giovanni Losardo.Ho ritenuto giusto e anche doveroso che anche io, pur vivendo oramai da anni lontano da qui, facessi avvertire la mia partecipazione al travaglio della società calabrese e delle sue istituzioni per cercare di uscire dal tunnel; che anche io, pur direttamente colpito e gravato da quella perdita, condividessi lo sforzo che tanti uomini e donne, in ogni angolo del paese, andavano faticosamente compiendo nel tentativo di isolare e fermare le cellule criminali che avevano sparso sangue e lutti; che impegnassi le mie forze nella comune ricerca delle cause che avevano portato a quell’impazzimento, nell’individuazione delle connessioni esistenti tra cellule impazzite e settori anche estesi della società e delle stesse istituzioni, nell’impresa di ristabilire una normale convivenza.Ho cercato, dunque, in questi anni di non far mancare a questo sforzo collettivo un contributo mio e, pur senza invadere campi che non erano i miei e senza assumere responsabilità che spettavano ad altri, ho sentito il dovere di offrire ogni qual volta ne sono stato richiesto le mie risposte quanto più ragionate e meditate possibili e le mie interpretazioni intorno ad una vicenda politica, perché aveva coinvolto tutta lapolis, e non soltanto noi familiari.Con questo spirito ho partecipato al processo che si è celebrato a Bari e alle tante iniziative che le scuole, le istituzioni locali, la stessa amministrazione della giustizia hanno assunto per venire a capo del caso Losardo. Non sta a me fare il bilancio di questo sforzo collettivo.Ma sento, ora che abbiamo fatto un bel pezzo di strada insieme e che finalmente il cielo sembra essersi rischiarato, sento di dovere in un certo senso ricalibrare il mio modo di parteciparvi.Quando sono stato invitato a questa cerimonia sono stato molto indeciso se intervenire (anche perché allora i miei impegni e affetti familiari sembrava dovessero trattenermi a Roma) e mi sono anche chiesto se e in che modo, se mi fossi liberato da quegli impegni, avrei potuto portare oggi un mio ulteriore contributo.Ho deciso di intervenire dopo che le vicende familiari sembrano finalmente essersi appianate (una mia zia, un affetto per me particolarmente caro, dopo essere stata per lungo tempo ricoverata a Roma per seri problemi di salute è finalmente sulla via della guarigione) dopo avere sentito un fraterno amico. il nostro comune amico Francesco Elmo dott. d’Emmanuele che con parole piene di affetto mi ha fatto riflettere sul senso che avrei dovuto dare a questa mia partecipazione.
Vedete, in tutti questi anni e proprio per le ragioni che dicevo prima e cioè per poter intervenire in modo razionale e con ponderazione sugli sviluppi che l’assassinio di mio padre aveva determinato nella vicenda politica e perché sapevo che a questi sviluppi era inevitabilmente legato il mio desiderio che mio padre avesse un po’ di giustizia in questo mondo molto spesso ho dovuto esaminare ed elaborare la vicenda della sua morte nel modo il più distaccato possibile .Per darvi un’idea del modo in cui ho dovuto procedere vi voglio raccontare un piccolo particolare. Al mio studio conservo i faldoni del processo che si celebrò a Bari per le vicende che avevano insanguinato queste terre: sono gli atti del processo che tutti oramai conoscono ed intendono come il Processo Losardo”.Come tutti i faldoni di ogni processo, anche quelli che contengono gli atti del processo che ha riguardato la vicenda di mio padre hanno un’intestazione.Ebbene, non ho trovato dì meglio che dare a questi faldoni l’intestazione che mi veniva dall’espressione che era entrata nell’uso comune, e dunque “Processo Losardo”;anche se e voi lo comprendete bene quelle carte non sono state per me quelle di un qualsiasi processo, ne mi è risultato indifferente pensare alla persona di mio padre chiamandola con nome e cognome, anzichécome fa un qualsiasi figlio nei confronti del proprio genitore e come ho sempre fatto io chiamandolapapà.Così ho fatto in questi anni; anche appena due anni fa, intervenendo qui all’inaugurazione dellasala riunioni a lui intitolata, preparai un intervento in cui il più delle volte quando nominavo mio padre lo facevo chiamandolo ancora con nome e cognome, Giovanni Losardo.In quell’occasione mi piacque molto ascoltare l’intervento del presidente di questo Tribunale, il dott. D’Alitto, che invece volle ricordarlo chiamandolo con l’appellativo che tutti, qui a Paola, usavano rivolgergli, cioè Don Giannino.E’ parso giusto anche a me, per questa occasione, rompere quel distacco con il quale vi avevo parlato di mio padre in altre occasioni (un distacco che mi è servito per lungo tempo per preservare nelle sedi di incontro pubblico gli aspetti più intimi e privati del mio rapporto con mio padre) e parlarvi un po’ di papà.E tenterò perciò di parlarvi del mio rapporto con papà.Oggi viene scoperta la sua effigie ed io ringrazio coloro i quali hanno voluto impegnarsi in questo iniziativa che ha indubbiamente lo scopo ed il merito dì non far disperdere il senso della presenza, anche come entità fisica e tangibile, di papà nel Tribunale di Paola, anche per coloro che non l’hanno conosciuto in vita e non potranno quindi più conoscerlo personalmente.Venendo qui per questa occasione mi è venuto di pensare (ma è un pensiero che ritorna periodicamente) come sarebbe mio padre oggi, fisicamente, se fosse ancora vivo: e, poiché oggi avrebbe quasi 76 anni, ho provato e provo a raffigurarmelo con i capelli bianchi; forse porterebbe una diversa montatura degli occhiali o forse inforcherebbe ancora quegli stessi occhiali con la montatura nera e spessa, che oggi è anche tornata di moda, o forse porterebbe solo le lenti più spesse perché come accade, con l’andare degli anni la vista spesso si indebolisce.
Mi sono chiesto spesso e mi chiedo come sarei io, oggi, quali altre strade avrei preso e, anche se non ne abbiamo mai parlato, questa domanda so che se la pone o se l’è certamente posta mia madre, che sicuramente aveva pensato per me un diverso avvenire; e so che lei certamente si domanda quale sarebbe stato l’avvenire di Angela, mia sorella, se papà fosse ancora vivo.E vorrei ancora trovare una risposta da offrire a Francesca e a Margherita, che sicuramente si sono chieste e si chiedono di questo nonno che non hanno mai conosciuto: in particolare a loro ancora oggi sento il dovere di offrire una spiegazione di questa mancanza, ma non so trovare le parole adatte, perché è troppo difficile far capire a qualcuno, tanto più se si tratta di un figlio, senza turbarne la serenità, che la storia di un uomo può, essere interrotta da cinque colpi di arma da fuoco sparati da una mano assassina cui non sonostati ancora associati un volto ed un nome.E a questo punto sono io che ho bisogno del vostro contributo.Perché sono pensieri, questi miei, che vengono in mente, io credo, a tutti coloro che hanno perduto una persona assai cara, ma che diventa certamente ancora più difficile da riordinare quando un affetto ti sia stato tolto non da un evento naturale, ma in modo violento e per volontà altrui. Perché possiate aiutarmi, vi dico che è solo a questo punto delle mie disordinate riflessioni quando non trovo più una risposta razionaleal mio interrogarmi, che interviene la ragione, quella che insegna che la storia trascorsa, anche quella dei singoli individui, e quindi anche quella di mio padre, non si scrive con i “se”.Ed è solo a questo punto essendo consapevole che non ho il talento di un grande scrittore, perché tra noi mortali solo ad un grande scrittore è dato raccontare e far rivivere la storia di chi non è più nel mondo dei vivi, evocandone lo spirito sulla pagina scritta, dandole sviluppo non solo per come si è effettivamente svolta, ma anche per come avrebbe potuto svolgersi è solo a questo punto, dicevo, che mi faccio prendere dalla piega dei ricordi. Lo ricordo papà come una persona assai gioviale.Mi ha raccontato perfino le discriminazioni che ha subito da giovane (perché anche se qualche mentecatto ancora si ostina a non crederlo i comunisti qui in Italia sono stati discriminati) sempre con il sorriso e con sottile ironia. Mi raccontava, ad esempio di quando, nei primi anni ‘50, essendo a Milano sotto le anni ed essendo nota in caserma, perché già segnalata, la sua tendenza politica, si accorse (trovandola manomessa), che gli veniva controllata e talvolta sottratta la corrispondenza.E mi raccontava, però, di seguito il risvolto positivo di questa vicenda, e cioè come riuscì ad incastrare il capitano che gli controllava la corrispondenza, facendosi inviare da casa un messaggio civetta e come sfruttò la circostanza per andare ad assistere senza problemi ad un comizio di Togliatti a Milano. Mi raccontò anche di quando vinse il concorso da segretario comunale, ma non fu mai chiamato a ricoprire il posto perchè allora un comunista non poteva accedere a cariche di quel genere.Di questi fatti non l’ho mai sentito dolersene più di tanto, credo perchè la sua vita poi era andata avanti ugualmente e non aveva rimpianto nulla. Mi viene in mente di quando mi aiutava nei compiti e, in particolare, di quando dovendo a casa scrivere un tema sul compianto dei troiani per la morte di Ettore misuggerì un passaggio del tema, pregustando il bel voto che la mia insegnante di lettere, la professoressa Antonella Bruno Ganeri mi avrebbe certamente dato. Questo frase la ricordo ancora, e suonava così: “Rintocchi funebri, donne meste, il pianto di un intero popolo accompagnano all’estrema dimora le spoglie mortali dell’eroe”. Mai avrei pensato allora che quelle parole avrebbero potuto descrivere anche il suo funerale. Al tema presi un bel voto e papà ne fu molto contento.
Mi avvio alla conclusione.Io credo che ogni persona che sia in età matura riesca ad accettare l’idea della morte, come fatto naturale, come evento prodotto dal processo di dissoluzione delle risorse vitali di un qualsiasi organismo biologico. Ciò che è difficile accettare è il fatto che questo processo di dissoluzione possa essere innescato deliberatamente e senza necessità dalla volontà cosciente di un altro individuo.Credo che ogni persona, in vita, si auguri di poter lasciare una qualche traccia del suo passaggio ai posteri.Scriveva il grande poeta Orazio, in una celeberrima ode in cui esprime il suo compiacimento e la consapevolezza del valore e della grandezza della sua opera poetica, “Ho costruito un monumento più duraturo del bronzo e più alto delle piramidi“. Si può vivere anche coltivando ambizioni meno grandi.Per parte mia, per quando toccherà la mia ora, mi accontenterei di lasciare alle mie figlie un buon ricordo di me come io porto un buon ricordo di papà.Faccio a tutti voi lo stesso augurio.

RAFFAELE LOSARDO

giannino lo sardo

giannino losardo...

l'ennesimo nome di una lunga lista ,
un'altra vittima di mafia,
un eroe per alcuni....
nient'altro che un altro uomo coraggioso
che ha deciso di sacrficare la propria vita
impegnandosi nella quotidiana
lotta alla criminalità ...
ed è per questo che ha pagato
con la sua stessa vita....


DON GIANNINO quella sera aveva partecipato al consiglio comunale e poi, prima di tornare a casa, era passato a salutare sua madre.Con lei aveva assistito ai calci di rigore della partita Italia-Cecoslovacchia.Poi, percorrendo a piedi le strade di una Cetraro deserta, rintanata in casa per seguire la partita, raggiunse la sua auto, una “Fiat 126” azzurrina, per fare ritorno a casa e ritrovare sua moglie, i figli.Don Giannino non immaginava neanche lontanamente che da lì a poco la sua vita sarebbe stata spazzata via. Per sempre.Era il 21 giugno del 1980, e quella sera la criminalità organizzata cetrarese aveva deciso di alzare il tiro e colpire il suo peggior nemico: Giannino Losardo, segretario capo della Procura di Paola e assessore comunista del Comune della cittadina tirrenica.A bordo di una moto, che un carabiniere aveva visto passare dalla piazza principale del paese subito dopo l’auto di Losardo, i killer avevano seguito don Giannino e una volta fuori dal centro abitato, erano entrati in azione colpendolo più volte.Ma Losardo non morì subito. Fu trasportato in ospedale e a un amico fidato disse qualcosa, pregandolo di riferirlo ai giudici onesti. Probabilmente però, la volontà espressa da un uomo in punta di morte, non è mai stata rispettata. La paura di fare la stessa fine ha cucito la bocca a chi, per ruolo e per responsabilità morale, avrebbe dovuto denunciare fatti precisi di cui era venuto a conoscenza e che avevano portato alla morte di Losardo.Alla moglie dell’assessore comunista, in quelle ore, fu impedito di vedere il marito in ospedale. «Se a me avesse detto qualcosa - affermò nel corso di un’intervista - io avrei parlato. Io, comemoglie, mi sarei assunta quella responsabilità».Tanti buchi neri.La morte di Giannino Losardo ancora oggi è circondata da un alone di mistero: troppe ambiguità e connivenze. E da uomo perbene non si era mai reso conto che ostacolando e denunciando ciò che vedeva in procura: i fascicoli nascosti, la richiesta continua di spiegazioni a chi non era in grado di darne senza denunciare la sua appartenenza al clan, stava scrivendo un romanzo tragico, dal finale scontato. Proprio la sua fermezza minacciava quel processo di sottomissione al quale si lavorava da tempo per ottenere, secondo un progetto ben definito, il controllo assoluto del territorio da parte di appartenenti al clan del “re del pesce”.Per l’omicidio Losardo vennero rinviati a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Bari, Francesco Muto, ritenuto il mandante, Francesco Roveto, Antonio Pignataro, Franco Ruggiero e Leopoldo Pagano, come esecutori materiali dell’assassinio.Losardo ferito e prossimo alla morte trova la forza di denunciare i suoi assassini.Dice a un maresciallo dei carabinieri: “Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato”. Ma la richiesta di parlare, di dire quello che sapeva, fatta da don Giannino, non viene accolta da chi ha condiviso con lui gli ultimi istanti della sua vita.Nel processo di Bari vengono coinvolti magistrati e noti politici cetraresi accusati di collusione con la mafia. L’esito del procedimento è noto a tutti: condanne in primo grado e poi assoluzioni negli altri due gradi di giudizio.Nonostante il clamore suscitato dall’omicidio Losardo che determinò all’epoca una mobilitazione politica generale - autentica da parte di alcuni, assolutamente strumentale da parte di altri - con la creazione di unacommissione antimafia nella quale spiccava anche il nome del comunista Francesco Martorelli, i malavitosi continuarono, tra un interrogatorio e l’altro, a fare i loro affari e a creare una rete di soggezione e terrore nella comunità.Anzi, “l’immunità giudiziaria” di cui sembravano godere, grazie a giudici collusi con la criminalità che avrebbero avuto un ruolo determinante anche nella decisione di eliminare Giannino Losardo, e le amicizie con i potenti, li rendeva ancora più temibili e consapevoli delle loro potenza.Solo le donne, le vedove, a differenza di tanti altri “banditori’ si sono presentate davanti ai giudici di Bari, hanno raccontato e chiesto giustizia per i loro mariti ma anche per chi rimaneva, per i loro figli che probabilmente meritavano di vivere in un luogo migliore.Così non è stato.La storia di Cetraro si compone di tante parti: alcune sane, straordinarie, altre irrimediabilmente malate. Tra queste è doveroso ricordare il ruolo di una parte della magistratura dell’epoca, che ha avuto un ruolo attivonella morte violenta di uomini dello spessore morale di Losardo.La verità di questo delitto è contenuta nei cassetti della Procura e nella memoria di qualche toga nera che per avidità e codardia, ha consentito l’ascesa criminale di un gruppo di malavitosi che ha posto fine a esistenze nobili come quella di don Giannino, un eroe per caso: lui che odiava il clamore mai avrebbe potuto immaginare che la sua storia sarebbe stata indissolubilmente legata al nome di uomini violenti, portatori di morte e di oscurità.Raffaele Losardo, il figlio dell’assessore communista ucciso, solo da un po’ di tempo ha trovato la forza di raccontare quel padre che gli è stato strappato così bruscamente. «L’educazione all’ascolto della musicaclassica costituisce uno degli insegnamenti fondamentali che ho ricevuto da mio padre: fin da piccolissimi io e mia sorella venivamo messi a contatto con le opere dei gandi compositori classici e papà ci spiegava non soltanto i timbri dei diversi strumenti musicali, ma anche la struttura ed i temi fondamentali delle opere che ci faceva ascoltare. Tra queste vi erano certamente anche quelle di Beethoven, forse non tanto la settima sinfonia, ma sicuramente la terza e la quinta sinfonia e, soprattutto, l’ouverture dell’Egmont».Don Giannino era un uomo colto, sensibile, attento alle esigenze dei deboli, tenero e protettivo con la sua famiglia.Allegro, accoglieva le persone, le rassicurava con la sua autorevolezza, le avvolgeva d’affetto con ilsuo sorriso appena accennato ma aperto, sincero. Aveva un’idea alta delle istituzioni e della giustizia e per questo, aveva trovato molte difficoltà nell’accettare e condividere le storture di apparati malati dello Stato. Con semplicità e naturalezza si batteva per gli ideali in cui credeva, cercava di dare il suo contributo per la crescita civile della società, amava la sua terra e voleva difenderla da predatori senza scrupoli. Giannino Losardo sentiva la bellezza del mondo che lo circondava: i suoi pensieri e il suo lavoro trasudavano diimpegno.Non era un eroe don Giannino, era un uomo consapevole, testardo, con la passione per la vita.

sabato 31 maggio 2008

Jimuel: regalare un sorriso ai bambini dimenticati


La Calabria che vogliamo raccontare ha il profumo e le tinte della solidarietà.È una terra che rinnega l'odio e la violenza, che guarda se stessa e il mondo con gli occhi di chi ama la vita. Quella dei propri figli, dei figli altrui, dei bambini dimenticati dalle società opulente.
La Calabria che conta davvero ha il volto di chi vive per donare un sorriso a chi ne ha bisogno. Come Jimuel, un bimbo filippino morto per malattia all'età di quattro anni perché non ha avuto la possibilità di essere visitato da un medico.Nella sua terra le cure cliniche sono accessibili solo a chi può permettersele, perciò migliaia di persone (tra cui molti bambini) muoiono ogni anno a causa di mali normalmente curabili.Oggi il nome e il ricordo di Jimuel rivivono nello straordinario progetto di un gruppo di volenterosi medici della Locride che, sfruttando le potenzialità offerte da Internet e dalle nuove tecnologie, sono riusciti a realizzare un ambulatorio telematico allestito a Manila (Filippine) presso la missione Madre Giuditta School delle Ancelle Parrocchiali dello Spirito Santo.Con costi pressoché irrilevanti è possibile fornire un servizio di assistenza medica a distanza, anche attraverso il contributo di volontari territoriali che operano sul campo.Grazie all'utilizzo di strumenti sufficienti ad una diagnostica di base collegati ad un computer, programmato per raccogliere i dati rilevati dagli apparecchi ed organizzarli successivamente in pacchetti diagnostici, i volontari sotto la guida dei medici eseguono le manovre utili a fornire un quadro della situazione clinica dei pazienti.Questi dati vengono poi inviati ai computer dei medici che hanno aderito al progetto Jimuel, mettendo a disposizione dei malati la propria professionalità.Ognuno di essi formula un'ipotesi diagnostica, suggerendo un possibile trattamento della malattia.Nell'arco di 12 ore il referto medico viene rispedito alle missioni territoriali con la terapia più appropriata.Semplice, funzionale, concreto.Con la stessa concretezza con cui Jimuel opera a beneficio dei suoi pazienti, ognuno di noi può contribuire in vario modo alla causa. Si può dare un aiuto effettuando una donazione libera, oppure presentando il progetto ad un medico di propria conoscenza così da allargare la rete.I più attivi possono anche decidere di elevare ulteriormente il proprio grado di partecipazione decidendo di fare un'esperienza di volontariato sul campo negli ambulatori telematici di Manila.Le possibilità sono varie e più o meno alla portata di tutti.Il progetto Jimuel non può non apparire come un fiore prezioso di questa terra.Un fiore che va curato e protetto orgogliosamente, un esempio di civiltà e di spirito solidale che non può lasciare indifferenti.A volte basta poco per dare una mano, anche un piccolo gesto, un semplice passa parola.La rete, poi, farà il resto...
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Tutto ciò che occorre sapere su Jimuel, lo potete trovare all'indirizzo www.jimuel.org

lunedì 26 maggio 2008

IO SO


Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile. Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974 [L'editoriale di Paolo Meneghini era intitolato "L'ex-capo del Sid, generale Miceli arrestato per cospirazione politica]. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici". Gridare al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico.
In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire. Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi. Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato.


PIER PAOLO PASOLINI

giovedì 22 maggio 2008

capaci,23 maggio 2008....sedici anni dopo

"A questa città vorrei dire:
gli uomini passano, le idee restano,
restano le loro tensioni morali,
continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini."


La Strage di Capaci (chiamato in siciliano "l'attentatuni") fu un attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull' autostrada 29, nei pressi dello svincolo di Capaci (ma in territorio del comune di Isola delle Femmine) e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il giudice antimafia giovanni falcone, sua moglie francesca morvillo, anch'ella magistrato, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco di Cilli, Antonio Montinaro.
Gli esecutori materiali del delitto furono almeno cinque uomini (tra cui giovanni brusca, che fu la persona che fisicamente azionò il telecomando da grande distanza al momento del passaggio dell'auto blindata del giudice, che tornava da Roma), i quali avevano riempito di tritolo un tunnel che avevano scavato sotto l'autostrada (per assicurarsi la buona riuscita del delitto, ne misero circa 500 kg) nel tratto che collega l'aeroporto di punta Raisi (oggi "Aeroporto Falcone-Borsellino") al capoluogo siciliano. Purtroppo sono conosciuti soltanto i nomi degli esecutori poiché le indagini che miravano a scoprire gli intrecci con la politica sono state sempre insabbiate.
La strage di Capaci ha segnato una delle pagine più tragiche della lotta alla mafia ed è strettamente connessa al successivo attentato di cui rimase vittima il giudice paolo borsellino, amico e collega di Falcone.
1.200 studenti sono arrivati a palermo nella mattinata di ieri con la NAVE DELLA LEGALITA' partita giovedì da civitavecchia.oltre tremila gli studenti che hanno partecipato nell'aula bunker dell'ucciardone alla commemorazione e poi si sono mossi in una marcia per giungere all'albero falcone urlando "Palermo e' nostra e non di Cosa nostra".
Questo sottolinea concora una volta quanto le parole del giudice falcone siano attuali e veritiere « La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine».
Ma questa fine sarà possibile con la partecipazione di tutti e soprattutto delle nuove generazioni che avranno fatto proprio il concetto di “Stato” cosi come l’intendevano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.Questa è la base di tutta la moralità umana."

(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)


LOTTA ALLA MAFIA:..ancora una conquista!!!!

Oggi a Palemo si è tenuta la cerimonia di consegna a Libera da parte del Comune di Palermo del bene confiscato di piazza Castelnuovo 13, dove aprirà la bottega 'I sapori della legalità'.
Dopo le botteghe di Roma e Napoli, sarà il terzo negozio in Italia a distribuire solo prodotti
Libera Terra, provenienti dalle diverse realtà realizzate sui terreni agricoli liberati dalle mafie e restituiti alla società. Una bottega dove è possibile comprare prodotti comuni ma che sono la testimonianza di come lo Stato possa riappropriarsi dei beni di cui le mafie si erano impossessate con il sangue e con gli affari illeciti. sono in vendita i prodotti realizzati sulle terre requisite alle mafie.Questa bottega di Palermo rafforza la rete già esistente e operante per costruire percorsi di legalità e mette in giusto risalto il sudore, la passione ed il coraggio dei ragazzi delle cooperative che hanno detto No alla mafia e che ogni giorno, superando mille difficoltà, lavorano la terra e lottano contro il crimine organizzato. A Palermo, tutti i protagonisti delle esperienze di riutilizzo sociale dei beni confiscati, che svolgono una azione straordinaria di promozione sociale, culturale ed economica, raggiungono questo nuovo traguardo proprio alla vigilia dell'anniversario della strage di Capaci. La novità della bottega è davvero importante sul piano strategico: fare impresa in modo limpido ed efficace rende al territorio un esempio di buona pratica, in grado di influenzare positivamente soprattutto sul piano educativo. Libera promuove imprenditorialità ovunque in Italia se ne presenti l’opportunità, attivando risorse e tutele da parte di soggetti pubblici e privati competenti. La legge che regola la confisca dei beni oltre che rappresentare delle finalità pratiche di grande importanza, ha anche valore simbolico perché non soltanto permette di colpire le mafie nei loro interessi economici, ma contemporaneamente permette di ridistribuire alla collettività le ricchezze illegali, favorendo la costruzione di un tessuto sociale attivo, deterrente naturale contro il potere e l’economia mafiosa, favorendo modelli alternativi di sviluppo sociale ed economico della legalità.

www.liberaterra.it

martedì 20 maggio 2008

IO CHIEDO SCUSA


Cara signora,ho visto questa mattina, sulle prime pagine di molti quotidiani, una foto che La ritrae. Accovacciata su un furgoncino aperto, scassato, uno scialleattorno alla testa. Dietro di Lei si intravedono due bambine, una piùgrande, con gli occhi sbarrati, spaventati, e l'altra, piccola, che ha invece gli occhi chiusi: immagino le sue due figlie. Accanto a Lei la figura di un uomo, di spalle: suo marito, presumo. Nel suo volto, signora, si legge un'espressione di imbarazzo misto a rassegnazione. Vi stanno portando via da Ponticelli, zona orientale di Napoli, dove il campo in cuiabitavate è stato incendiato.
Sul retro di quel furgoncino male in arnese – reti da materasso a fare da sponda – una scritta: "ferrovecchi".Le scrivo, cara signora, per chiederLe scusa. Conosco il suo popolo, le suestorie. Proprio di recente, nei dintorni di Torino, ho incontrato una vostra comunità: quanta sofferenza, ma anche quanta umanità e dignità in quei volti.Nel nostro paese si parla tanto, da anni ormai, di sicurezza. E' un'esigenza sacrosanta, la sicurezza. Il bisogno di sicurezza ce lo abbiamo tutti, ètrasversale, appartiene a ogni essere umano, a ogni comunità, a ogni popolo.E' il bisogno di sentirci rispettati, protetti, amati. Il bisogno di vivere in pace, di incontrare disponibilità e collaborazione nel nostro prossimo.Per tutelare questo bisogno ogni comunità, anche la vostra, ha deciso didotarsi di una serie di regole. Ha stabilito dei patti di convivenza, deciso quello che era lecito fare e quello che non era lecito, perché danneggiava questo bene comune nel quale ognuno poteva riconoscersi. Chi trasgrediva la regola veniva punito, a volte con la perdita della libertà. Ma anche quella punizione, la peggiore per un uomo – essendo la libertà il bene piùprezioso, e voi da popolo nomade lo sapete bene – doveva servire per reintegrare nella comunità, per riaccogliere. Il segno della civiltà è anche quello di una giustizia che punisce il trasgressore non per vendicarsi ma per accompagnarlo, attraverso la pena, a un cambiamento, a una crescita, auna presa di coscienza.Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando. Sta franando di fronte alle paure della gente. Paure provocate dall'insicurezza economica– che riguarda un numero sempre maggiore di persone – e dalla presenza nelle nostre città di volti e storie che l'insicurezza economica la vivono già tragicamente come povertà e sradicamento, e che hanno dovuto lasciare i loro paesi proprio nella speranza di una vita migliore.Cercherò, cara signora, di spiegarmi con un'immagine. E' come se ci sentissimo tutti su una nave in balia delle onde, e sapendo che il numero delle scialuppe è limitato, il rischio di affondare ci fa percepire il nostro prossimo come un concorrente, uno che potrebbe salvarsi al nostro posto. La reazione è allora di scacciare dalla nave quelli considerati "di troppo", e pazienza se sono quasi sempre i più vulnerabili. La logica del capro espiatorio – alimentata anche da un uso irresponsabile diparole e immagini, da un'informazione a volte pronta a fomentare odi epaure – funziona così. Ci si accanisce su chi sta sotto di noi, su chi è più indifeso, senza capire che questa è una logica suicida che potrebbe trasformare noi stessi un giorno in vittime.Vivo con grande preoccupazione questo stato di cose. La storia ci ha insegnato che dalla legittima persecuzione del reato si può facilmente passare, se viene meno la giustizia e la razionalità, alla criminalizzazione del popolo, della condizione esistenziale, dell'idea: ebrei, omosessuali,nomadi, dissidenti politici l'hanno provato sulla loro pelle.Lo ripeto, non si tratta di "giustificare" il crimine, ma di avere il coraggio di riconoscere che chi vive ai margini, senza opportunità, è più incline a commettere reati rispetto a chi invece è integrato. E di non dimenticare quelle forme molto diffuse d'illegalità che non suscitano uguale allarme sociale perché "depenalizzate" nelle coscienze di chi le pratica, frutto di un individualismo insofferente ormai a regole e limiti di sorta.Infine di fare attenzione a tutti gli interessi in gioco: la lotta al crimine, quando scivola nella demagogia e nella semplificazione, in certi territori può trovare sostenitori perfino in esponenti della criminalità organizzata, che distolgono così l'attenzione delle forze dell'ordine econtinuano più indisturbati nei loro affari.Vorrei però anche darLe un segno di speranza. Mi creda,sono tante le persone che ogni giorno, nel "sociale", nella politica,nella amministrazione delle città, si sporcano le mani. Tanti i gruppie le associazioni che con fatica e determinazione cercano di dimostrareche un'altra sicurezza è possibile. Che dove si costruisce accoglienza,dove le persone si sentono riconosciute, per ciò stesso vogliono assumersi doveri e responsabilità, vogliono partecipare da cittadini alla vita comune.La legalità, che è necessaria, deve fondarsi sulla prossimità e sulla giustizia sociale. Chiedere agli altri di rispettare una legge senza averli messi prima in condizione di diventare cittadini, è prendere in giro gli altri e noi stessi. E il ventilato proposito di istituire un "reato d'immigrazione clandestina" nasce proprio da questo mix di cinismo eipocrisia: invece di limitare la clandestinità la aumenterà, aumentando di conseguenza sofferenza, tendenza a delinquere, paure.Un'ultima cosa vorrei dirLe, cara signora. Mi auguro che questa foto che La ritrae insieme ai Suoi cari possa scuotere almeno un po' le nostre coscienze. Servire a guardarci dentro e chiederci se davvero questa è la direzione in cui vogliamo andare. Stimolare quei sentimenti di attenzione,sollecitudine, immedesimazione, che molti italiani, mi creda – anche peressere stati figli e nipoti di migranti – continuano a nutrire.La abbraccio, dovunque Lei sia in questo momento, con Suo marito e le Suebambine. E mi permetto di dirLe che lo faccio anche a nome dei tanti checredono e s'impegnano per un mondo più giusto e più umano.


DON LUIGI CIOTTI presidente del Gruppo Abele e di
"Libera. Associazioni, nomi e numericontrole mafie"
*Commento alla foto pubblicata sullo sgombero dei rom di Ponticelli. *
Articolo pubblicato su "L'UNITA' " del 16 maggio